Patrizia Culmone
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Hannah Arendt e la coraggiosa ricerca della verità

Nel 1961 Hannah Arendt assiste al processo contro Eichmann come corrispondente del New Yorker, il suo lavoro si intitolerà La banalità del male

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Sarà proiettato in alcune sale Italiane fino alla fine del mese di Aprile Hannah Arendt, il film di Margarethe Von Trotta che racconta la storia della celebre pensatrice tedesca di origini ebraiche e del suo manoscritto più discusso: La banalità del male. La pellicola, che in Germania aveva registrato un grande successo di pubblico, era uscita in Italia il 27 Gennaio scorso in occasione del Giorno della Memoria, ma era prevista in programmazione soltanto fino al 28. Per chi se la fosse persa, alcuni Cinema la ripropongono in lingua originale soltanto in poche regioni d’Italia.

Adolf Eichmann

Adolf Eichmann

TRAMA – Nel 1961 il gerarca Nazista Adolf Eichmann, ritrovato in Argentina dopo dieci anni di latitanza, viene catturato e trasferito in Israele, dove verrà processato per i crimini commessi durante la guerra. Venuta a conoscenza della notizia la Arendt, che ormai da vent’anni vive negli Stati Uniti, chiede al New Yorker di scrivere un reportage sull’argomento: quello che ne verrà fuori sarà il lavoro più innovativo e controverso della sua carriera e la esporrà ai giudizi violenti del mondo accademico e di tutta l’opinione pubblica.

UNO SPUNTO PER RIVEDERE LA STORIA – Hannah Arendt è un film coraggioso (come il personaggio a cui si ispira)che, da una parte mette  in luce un aspetto controverso e poco conosciuto della questione nazista: il ruolo attivo dei leader ebraici nella deportazione del loro popolo. La Arendt è infatti la prima a parlare di co-responsabilità di alcuni esponenti della comunità ebraica nella Shoah, facendo emergere una connivenza tra loro e il Governo tedesco, durante i primi anni del conflitto. Dall’altra, esprime con chiarezza il punto focale de La banalità del male, ossia la relazione tra azioni criminali ed inerzia intellettuale.

IL MALE COMMESSO DAI “NESSUNO” – Prendendo spunto da Eichmann, che durante il processo appare come un uomo mediocre, un burocrate, capace di eseguire gli ordini senza porsi domande di natura morale, la studiosa arriva a teorizzare che la totale assenza di un pensiero critico, unita ad un cieco asservimento al potere possa essere stata la causa della sua partecipazione allo sterminio di massa. Affermazioni che, estese agli altri leader del partito, imputerebbero le ragioni del genocidio ad una assenza di personalità degli uomini del terzo Reich più che ad una loro indole malvagia e che, in quegli anni, sembrano quasi scagionare gli esponenti del Nazionalsocialismo dalle azioni commesse. Il film indaga anche sulla sfera privata della protagonista (che ha il volto di Barbara Sukowa), mostrandone la complessità: dal rapporto col marito Heinrich Blucher, col quale sembra vivere uno strano ménage à trois, al profondo legame di amicizia con Mary Mc Carthy, fino alla relazione giovanile col filosofo filo-nazista Heidegger – motivo ricorrente in tutto il racconto – dal quale la sua vita e il suo lavoro saranno profondamente influenzati.

Patrizia Culmone

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