Elisa Belotti
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Ida, l’orfana raccontata da Pawlikovski

La donna dietro la donna, la vita dietro la scelta

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Trailer del film

Ida: una scena

Ida: una scena

LA VITA SACRA E LA VITA PROFANA – Chi non si ricorda la chiusa di Bocca di rosa: «l’amore sacro e l’amor profano»? Talvolta uno guarda, legge, sente delle cose che gliene fanno venire in mente subito altre. Magari il collegamento è assurdo o apparentemente insensato, ma poi, se il tizio di qui sopra ci pensa un po’, è tutto collegato in questo mondo, seppur da sottili fili di ragnatela. Ed ecco che guardando il film Ida di Pawel Pawlikovski, chi scrive ha sentito riecheggiare nelle orecchie quel finale deandriano.

LA TRAMA – Anna ( Agata Trzebuchowsk) è una giovane che, nella Polonia del 1962, sta per prendere i voti. È stata cresciuta dalle suore, perché orfana. Non sa nulla dei suoi genitori né della sua vita prima di arrivare in convento. Così, la madre superiora esorta la novizia, prima di compiere il grande passo, a conoscere l’unica parente che le è rimasta: la zia Wanda (Agata Kulesza). Questa è l’esatto opposto della nipote: intellettuale, magistrato ed esponente del partito comunista, donna sola che colma le assenze della sua vita con sesso occasionale e alcool. Sarà lei a svelare alla ragazza le sue origini: il suo vero nome è Ida Lebestein, è ebrea e i suoi genitori sono stati prima nascosti e successivamente assassinati in circostanze misteriose, durante la Seconda Guerra Mondiale. Iniziano quindi le peregrinazioni delle due donne, nelle loro tanto estreme diversità, alla ricerca della verità su quanto è accaduto alla loro famiglia. «Hai mai avuto pensieri impuri»  chiede, ad un tratto, Wanda a Ida. «Sì, qualche volta.», risponde la giovane. «Amore carnale?» prosegue la zia, «No, mai» afferma Ida; « Secondo me dovresti provare. Se no il tuo che sacrificio è?» conclude la cinica e disillusa Wanda, non senza una punta d’ironia.

pavel_pawlikowski_ida_7IL NOME E L’IMMAGINE: CHI SIAMO E CHI DIVENTEREMO – Cerchiamo di essere sinceri: questo non è un film per tutti. Nonostante la sua breve durata (80’) può risultare pesante. Esige un gusto definito, educato. Qualcuno degli spettatori, forse, si ricorderà a malapena le note di Celentano e Buscaglione cantate nell’albergo polacco, ma solo per spirito patriottico. Sono principalmente tre le cose che colpiscono di questo film: l’estrema delicatezza, morbidezza, anche, con cui viene affrontata la tragedia; la fotografia meravigliosa e la “storia del nome”. Meravigliosa la fotografia di Ryszard Lenczewski e Lukasz Zal: colpiscono anche l’occhio inesperto quelle inquadrature così strane, quei primi piani tagliati (via un pezzo di mento, uno di gota, e su, sopra le teste, grande spazio si prende l’immagine di muri, finestre). E bella la finestra nella stalla fatta di cocci di vetro differenti : «era così tua madre», dice pressappoco Wanda, «un insieme di vetri colorati circondati da merda». Sul fascino del bianco e nero è rimasto ben poco da dire. Un’immagine, su tutte: la dolcezza di quell’arrotolarsi nella tenda come se fosse un modo per accarezzarsi. E poi c’è la storia di Anna (dall’ebraico Hannáh che significa “grazia”) che scopre di essere Ida (dal tedesco – che ironia! – Itha, donna guerriera). L’abbiamo già detto, questo film è una poesia per pochi.

ida2E come ogni poesia può dire molto e parlare di qualche potere umano. Perché uno dei nostri grandi poteri è questo: nel limite dei contorni della forma che natura o Dio ci ha dato, una volta compreso il perimetro nel quale siamo contenuti, i confini caratteriali e fisici che ci definiscono, possiamo decidere, senza sforare da questi contorni, chi vogliamo essere. Ma appunto, per esser chiunque saremo, è necessario sapere da dove veniamo e chi siamo stati.

Elisa Belotti

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