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Festival di Sanremo post-moderno con “Ora” di Renzo Rubino

La canzone in concorso dell'ex giovane avvince e convince con un mix di gusto retrò e senso di verità

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La recente edizione del Festival di Sanremo doveva essere – a sentire Fazio – dedicata alla bellezza. Vuota ambizione, in verità, perché evidentemente incolmabile. Della bellezza, comunque, non si parla. Tutt’al più si può cantarla. E solo una canzone quest’anno ha saputo farlo: “Ora” di Renzo Rubino. Non certo quell’insulso motivetto plagiato da Arisa. Ma i precedenti della manifestazione ci sono alleati e ci ricordano come non siano mai migliore testo e migliore performance a venire premiati.

L’astuta ingenuità di Rubino contro l’ingenua astuzia di gente come Raphael Gualazzi. Si potrebbe dire che è preferibile avere modestia e mostrare arroganza piuttosto che avere arroganza e mostrare modestia. Rubino ha talento e anche Gualazzi, ma il primo ha dalla sua anche la coerenza.

Il pezzo ci ha colpiti per la sua profonda Verità, la sua inquietudine, l’anacronistica decadenza del sound anni Ottanta. Scomposto, irrequieto, scostante. Come il videoclip che sta girando sul web. Contro i buonismi e le belle parole. Contro la banalità della ricerca del “moderno”. Contro al volgare spettacolarizzazione. L’umiltà di una confessione unita alla tenacia di un sermone. La coscienza di fare specchio. Di fare dialogo.

Ora che state pensando, fermatevi e datevi un voto. Se per T. S. Eliot la vita è molto lunga, è pur chiaro che distrattamente sta finendo la nostra vita senza bellezza. Il nostro Festival senza bellezza. Quella di cui doveva occuparsi a questo giro e di cui dovrebbe occuparsi sempre. Il brano di Rubino, in ultimo, è oggetto “post-moderno” – perciò attuale molto più del “moderno” Gualazzi – se “post-moderna” è quella realtà memore di essere stata e ancora in forse, come la luna pomeridiana di Calvino. La realtà che non si è ancora data un volto e già riflette se stessa. Cantando.

Alessandro Amato

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