Enrico Steidler
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Pescante spara sugli Usa ma colpisce l’Italia

A tre settimane dall’inizio dei Giochi invernali di Sochi, l’ex-presidente del Coni Mario Pescante attacca duramente gli Stati Uniti e la loro scelta di farsi rappresentare da atleti omosessuali in segno di protesta contro le leggi anti-gay recentemente approvate in Russia

Pescante spara sugli Usa ma colpisce l’Italia
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Ricordate l’Acqua Acetosa – il laboratorio dell’anti-doping di proprietà del Coni che faceva sparire tutto, referti, provette e risultati delle analisi effettuate sugli atleti – e il presidente del Comitato olimpico che fu travolto dallo scandalo e costretto a rassegnare le dimissioni? Era il 1998, e a distanza di più di quindici anni Mario Pescante non ha perso la sua confidenza con il lato oscuro della Cronaca. Il suo affondo contro gli Stati Uniti (e cioè contro Barack Obama), “rei” di aver “provocatoriamente” inserito nella loro delegazione un’icona gay del calibro di Billie Jean King (una delle più grandi tenniste di tutti i tempi) e di aver deciso di farsi rappresentare alla cerimonia conclusiva dalla giocatrice di hockey su ghiaccio Caitlin Cahow – dichiaratamente lesbica – è un vero e proprio boomerang che purtroppo non colpisce solo il temerario mittente ma anche i suoi connazionali: “E’ assurdo che un Paese così invii in Russia quattro lesbiche solo per dimostrare che in quel Paese i diritti dei gay sono calpestati. Lo facciano in altre occasioni, ha tuonato il 75enne ex-sovrano e attuale membro del Cio durante il Consiglio Nazionale del Coni riunito a Milano. “I politici ad ogni Olimpiade ne approfittano. Basta con queste strumentalizzazioni: i Giochi non possono essere l’occasione e il palcoscenico per rivendicare diritti che lo sport sostiene quotidianamente”.

L’AMICO DEL CREMLINO “E meno male che 2700 anni fa si fermavano anche le guerre per i Giochi” – aggiunge Pescante facendo incetta di “mi piace” alla Corte dello Zar“Ora assistiamo ad atti di terrorismo politico. Su questo farò un intervento al Cio. La Cecenia è a un tiro di schioppo – il paragone scelto per alludere al teatro di un genocidio è davvero di rara infelicità – “anche se i controlli sono molto severi e quasi personalizzati, ma c’è un altro tipo di terrorismo che ci preoccupa, che è quello politico in nome di diritti che tutti condividiamo ma non devono essere avanzati solo alle Olimpiadi”. Immediata la replica di Fabrizio Marrazzo, portavoce del Gay Center: “Gli atleti italiani che saranno impegnati a Sochi dovrebbero dissociarsi dalle dichiarazioni di Mario Pescante. Pescante offende non solo il rispetto dei diritti dei gay ma anche ciò che lo sport può rappresentare nel rispetto dei diritti civili e umani. Forse – prosegue Marrazzo nella sua nota – vorrebbe che a Sochi non si esprimesse in modo simbolico e democratico il dissenso verso l’aberrante legge anti gay di Putin come per esempio ha deciso di fare il Presidente Usa Obama. Invece Pescante attacca Obama e difende Putin. Roba da matti“. Identiche, nella sostanza, le parole del deputato del Pd Ivan Scalfarotto: “Pescante tratta con grande disinvoltura e minimizza questioni drammatiche legate alla dignità delle persone. In Russia esistono leggi liberticide che vanno contro quel senso dell’umanità che ogni persona e sportivo dovrebbe avere”.

L’UOMO GIUSTO AL POSTO GIUSTO – Insomma, secondo Pescante approfittare della vetrina dei Giochi per manifestare – ancorché in modo soltanto simbolico – il dissenso della società civile nei confronti di una legge disumana è un atto di terrorismo politico, tout-court. Poco importa, a suo giudizio, che la mostruosità giuridica fatta approvare la scorsa estate dallo Zar Vladimir Putin (con l’approvazione e il caloroso sostegno mediatico di una leggenda sportiva come Elena Isinbaeva) abbia già inquinato una manifestazione come i mondiali di atletica di Mosca e ancor meno, evidentemente, che rappresenti un’intollerabile aggressione non solo ai diritti dell’uomo ma anche ai più sacri valori dello Sport. Quel che conta davvero, per lui, è evitare le “strumentalizzazioni”.

Tommie Smith e John Carlos alzano i pugni neri sul podio di Città del Messico 1968

Tommie Smith e John Carlos alzano i pugni neri sul podio di Città del Messico 1968

IL PUGNO (NERO) NELL’OCCHIO“Su questo farò un intervento al Cio” promette Pescante, e chissà se in quella circostanza si ricorderà di annoverare, fra i “terroristi”, anche il premier britannico David Cameron, che ha deciso di inviare a Sochi il ministro Maria Miller, promotrice della legge sui matrimoni tra le coppie omosessuali. Vedremo. Nel frattempo, in attesa dell’inizio di quei Giochi che l’Occidente avrebbe dovuto boicottare e delle vibranti parole di Pescante, il nostro pensiero vola a Tommie Smith e John Carlos (medaglia d’oro e di bronzo sui 200 metri piani alle Olimpiadi di Città del Messico 1968), i due pericolosi sovversivi americani che osarono salire sul palco alzando al cielo il pugno racchiuso in un guanto nero in segno di protesta contro il razzismo a quei tempi ancora molto diffuso negli States. Un gesto passato alla storia, un simbolo incancellabile della lotta per la libertà e un grande passo in avanti per un intero Paese. Ma per Pescante, evidentemente, fu solo “una strumentalizzazione”.

Enrico Steidler

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