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Si scrive Serie A ma si legge “Che barba, che noia”

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Galeazzi addormentato

Si chiude oggi, con la doppia sfida di Genova (Sampdoria-Udinese) e Milano (Inter-Chievo), il girone d’andata del campionato di Serie A, uno dei più brutti e deprimenti della storia del calcio italiano. Su 188 partite disputate fin qui, infatti, almeno un centinaio sono state insufficienti sotto ogni aspetto (qualità del gioco, spettacolo, emozioni, ecc.), e di quelle che restano solo una ventina, a voler essere benevoli, non sfigurano al confronto con quello che fu – in un passato ormai remoto – il torneo più avvincente e spettacolare del Vecchio Continente. Sassuolo-Milan 4-3 di ieri sera, sotto questo aspetto, è la fulgida eccezione a una regola fatta di decine e decine di Chievo-Cagliari e Bologna-Lazio, di partite, cioè, così inguardabili e indecenti che solo un congruo indennizzo – oltre all’immediato rimborso del prezzo del biglietto – potrebbe riparare il torto subito dagli spettatori paganti.

Stadi vuoti. Chissà perchè?

Stadi vuoti. Chissà perchè?

Eppure non tutti la vedono così, e c’è chi parla di Magie e follie di un emozionante girone d’andata (Alberto Cerruti sulla Gazzetta dello sport di oggi) e tesse l’elogio di un campionato in cui anche i pochi match che non fanno venire voglia di sintonizzarsi subito sulla Premier League – vedi, ad esempio, il recente derby della Madonnina – sono motivo di indicibile magone per chi si è goduto le stracittadine con il grande Lothar e “Marco unico”, Ronaldo e Shevchenko. Le ragioni di un simile tracollo, sia in termini di qualità del gioco che di risultati in campo internazionale, sono numerose e ben note, e la prematura eliminazione dall’Europa che conta della nostra squadra schiacciasassi (che in patria vince undici partite di fila ma all’estero se ne aggiudica solo una su sei in un girone tutt’altro che irresistibile) ne è il simbolo più eloquente.

L’INSOSTENIBILE NOIOSITA’ DELL’ESSERE “Facciamo finta che tutto va ben” cantava Ombretta Colli nella sigla del tragicomico programma tv “Giandomenico Fracchia”, e forse è davvero la cosa migliore. Riuscirci, però, è un altro discorso, e penso a Cerruti con una punta di invidia. Beato lui. Per quanto mi riguarda, far buon viso a cattiva sorte è una mission impossible, e se dovessi associare una parola a quel che passa il convento della Serie A non avrei dubbi: “noia”. Due parole, a dire il vero, rendono meglio l’idea: “noia infinita”. All’impoverimento del patrimonio tecnico – conseguenza della crisi econimica e di troppe campagne acquisti a dir poco azzardate – corrisponde infatti la necessità di fare risultato ad ogni costo, anche a spese dell’estetica e dei poveretti (sempre meno, chissà perché?) presenti allo stadio o davanti alla tv, e il risultato è sotto gli occhi di tutti, o quasi: più che a fare gioco cercando di imporre il proprio, qui da noi si pensa a inaridire quello altrui, e generalmente ci si riesce. L’esigenza di fare punti, oltretutto, è vissuta in modo quasi patologico, e la tensione emotiva che ne scaturisce non può che avvilire ulteriormente uno spettacolo già mediocre di per sé. Per non parlare, in fondo, e come se non bastasse, dei verdetti quasi inappellabili già emessi al giro di boa (chissà mai chi vincerà lo scudetto…) e della suspense ormai morta e sepolta.

Come si esce da tutto ciò, come ci si può lasciare alle spalle una realtà fatta di giocate da oratorio e di noia mortale? In tempi brevi, esistono solo due modi: sintonizzarsi sulla Premier (ma anche la Liga e la Bundesliga vanno bene) o fare finta che… Io preferisco la Premier.

Enrico Steidler

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